La privatizzazione della felicità

C’era una volta un piccolo borgo che sorgeva isolato alle pendici di un alto monte, circondato da macchie verdi di boschi e da scombinati ruscelletti guizzanti di acqua chiara, e presso il quale si potevano sentire le risa argentine dei bambini che, con quei loro calzoncini corti sempre macchiati di fango, le ginocchia perennemente sbucciate per il continuo ruzzolare tra l’erba e i sassi, e quelle loro guanciotte paffute e rosee come porcellini, vivevano con spensieratezza e serenità; persino a scuola, tra compiti in classe e ricerche pomeridiane.

Non si pensi però che i grandi fossero tristi. Anche loro vivevano con semplicità, affrontando qualunque problema ed ostacolo la vita ponesse loro davanti, vita che, alla loro età, sappiamo essere piena di impegni e responsabilità. Eppure nessuno si risparmiava in sorrisi e amichevoli strette di mano. Anche per gli adulti con ogni risveglio iniziava un bel giorno. Il lavoro era faticoso ma sempre gratificante e quando si rincasava la sera, nonostante la stanchezza si trovava il tempo da trascorrere con la famiglia. Ogni libro preso in biblioteca e ogni film visto al cinema insegnavano qualcosa ed ogni momento era prezioso.

Come l’acqua che scivola  nelle tubature di ogni forma e dimensione dell’acquedotto, da quella larga come un tunnel a quella stretta come un filo di cotone, altresì la felicità scorreva nelle vene degli abitanti del borgo.

Improvviso ed inaspettato come un temporale estivo, il rombo del motore di una lussuosa e lunghissima automobile nera come la pece, anticipò l’arrivo di colui che avrebbe guastato per sempre quell’incantevole atmosfera. Dopo essersi fermata con un leggero fischio dei freni, l’auto fece scattare la portiera del posto di guida, clack! Vi scese lentamente un tipo stretto come un palo e stipato come una sardina nei suoi abiti eleganti e costosi che, infastidito dalla luce del sole, non tardò a proteggersi gli occhi con occhiali dalle lenti tonde che riflettevano come uno specchio ogni cosa su cui puntasse lo sguardo. Uno strano sorriso si delineò sulle sue labbra.

La gente che aveva assistito all’arrivo si avvicinò per ammirare l’inatteso ospite, creandovi intorno un capannello che, a sua volta, attirò l’attenzione di chi ancora era in casa e che notato il  piccolo affollamento decise di contribuire con la sua presenza alla sua espansione. In pochi minuti tutti gli abitanti del borgo spingevano per vedere lo strano individuo e per sentire ciò che aveva da dire. Negli uffici si ricorse alla pausa caffè, mentre nelle scuole l’ore della merenda venne anticipata.

Lo straniero, con parole ampollose ed una retorica encomiabile, in poco tempo riuscì a catalizzare su di sé l’attenzione dei suoi spettatori. Diceva: “Lavoro per la più grande agenzia del mondo e ne vado fiero; fiero soprattutto dei suoi importanti traguardi raggiunti nel mercato finanziario per merito di coloro che giornalmente ci sostengono e supportano. Non parlo di gente qualsiasi, parlo di gente come voi, gente che sa davvero cosa sia il sudore della fronte e che non hai mai smesso di spendere tutte le sue energie nella creazione di un futuro, il proprio futuro, che fosse sempre il migliore!”. Colpiti da quelle parole gli spettatori facevano continui gesti di assenso con il capo e alcuni, i più increduli, mormoravano “bravo!”, “dici bene!”, nonostante mai prima di quel momento un simile ragionamento fosse balenato loro in mente.

Del resto chi sa definire la felicità quando la vive?

L’uomo continuava: “E quanto duro è cercare di vivere una vita felice? Ci si prova è vero, ma gli sprechi sono sempre dietro l’angolo: un giorno si scherza con una persona, e quello dopo si scopre che parla male di noi alle nostre spalle.” – in quello stesso momento Teresa, la fornaia, rivolse uno sguardo di rimprovero ad Anna, la sua amica edicolante (che si sa quelle quanto sparlino), che, qualche giorno prima, aveva scoperto a ridere e chiacchierare affettuosamente con Bruno, dopo che lei gli aveva confidato la sua attrazione per il bel stradino.

“I bambini stanno bene insieme, ma basta un piccolo screzio per rovinare il gioco a chi è più timido o buono, e finisce sempre che la vittima in lacrime corra a casa.” Il piccolo Giannino si sentì ardere dentro dalla vergogna ripensando a quando, il giorno prima, dovette fuggire dalle risa di scherno di quei bulli dei suoi compagni perché scoperto ad annusare il profumo di quei coloratissimi fiori che trovati sotto la grande quercia.

“E quanto spesso accade di non sentirsi apprezzati sul posto di lavoro, di non ricevere le giuste considerazioni dai propri superiori, di chiedersi che fine abbia fatto la meritocrazia?” Giovanni, ora che ci pensava, realizzò che quel tale aveva ragione e valutò l’idea licenziarsi dall’azienda per la quale lavorava da quasi 25 anni, e chiedergli tizio se fosse disponibile per un colloquio chè, da come vestiva e dalla macchina che guidava, la sua sì che doveva essere un’azienda che premia i dipendenti.

Con questa, e tutta un’altra serie di validi esempi, l’uomo convinse l’ingenuità dei suoi ascoltatori che non c’era più posto per lei e che era tempo di lasciare spazio alla consapevolezza che la felicità, per essere piena, doveva venire gestita dalla sua azienda. Con questo interessante passaggio di proprietà non ci si sarebbe più dovuti preoccupare dell’amministrazione di una cosa tanto complicata. Si sarebbero arginati gli sprechi, ora così grandi, e il servizio sarebbe stato qualitativamente superiore: l’azienda attraverso indagini e statistiche avrebbe definito le persone migliori su cui riporre la propria fiducia in modo da non rimanere poi delusi. A Teresa si illuminarono gli occhi; di certo non poteva sospettare che in cima alla lista delle “persone migliori”, l’azienda mettesse l’azienda stessa e coloro che le avrebbero fatto conseguire gli utili maggiori.

L’azienda avrebbe individuato i siti migliori in cui installarsi, facendosi carico in prima persona dalla loro valorizzazione attraverso programmi che prevedevano la bonifica di quei rapporti personali che erano stati interrotti e garantendo un accesso facilitato alla felicità da parte degli utenti. Questa volta era il turno di Giannino per rallegrarsi: in questo modo, pensava, solo lui avrebbe avuto la possibilità di fruire delle zone che più lo rendevano felice, come l’aiuola sotto la quercia. Nemmeno lui si immaginava che questo voleva dire concedere innanzitutto all’azienda il permesso di far suoi quegli spazi, di limitarli con recinzioni, e che il permesso di accesso a quegli spazi sarebbe stato permesso agli esterni solo previa autorizzazione.

L’unico che davvero vide esaudire i suoi desideri fu Giovanni. Dopo che l’intera cittadinanza, firma dopo firma, accettò di appaltare la sua felicità all’azienda e di liberarsene legalmente, egli ottenne il suo colloquio e, in quattro e quattr’otto, anche il suo nuovo posto di lavoro.

Per molto tempo vide crescere esponenzialmente il suo conto in banca, ma con esso anche lo schifo per quello che faceva: ingannava, abbindolava e disinformava la gente convincendola a rinunciare all’unica cosa che di irrinunciabile vi è al mondo: la Felicità.

“Non si può permettere che qualcosa di naturale e prezioso come la felicità, che deve essere lasciata libera di scorrere tra le persone come acqua che piove dal cielo e bagna indistintamente chiunque e qualunque cosa, venga messa nelle mani di pochi e centellinata attraverso un rubinetto. La felicità non conosce padroni perché è di tutti. La felicità non può essere contenuta, semmai deve contenerci! La Felicità è acqua!”

Queste sono le parole che Giovanni urla oggi nelle piazze di tutto il mondo, cercando di ripubblicizzarla.


(Per la campagna contro la privatizzazione dell’acqua)

Info su Francesco Zitelli

Referente del gruppo e responsabile del sito, studia Economia. Famoso per stressare i colleghi sul rispetto delle consegne.
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19 risposte a La privatizzazione della felicità

  1. redfurret scrive:

    la prova che il sistema fa acqua

  2. Bel racconto! Molto nello stile di Stefano Benni :)
    comunicamente cresce!

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