I media dell’orrore: un antidoto alla cultura
marzo 1, 2011 32 CommentiIl famoso semiologo Umberto Eco, nel 1964, pubblica una raccolta di saggi dal titolo “Apocalittici e Integrati” in cui esplora il mondo dei mezzi di comunicazione di massa e la ricaduta che essi hanno nella società. In particolare, Umberto Eco distingue due categorie di persone:
Gli apocalittici, che si scagliano contro il progresso e lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa. Considerano sacra la cultura e la sua totale liberalizzazione e manipolazione non può che comprometterne la natura, producendo un appiattimento ed un inesorabile e continuo livellamento verso il basso della cultura.
Gli integrati, colore che comprendono le possibilità offerte dal sistema e sono in grado di strumentalizzarlo, o coloro che non lo comprendono affatto, perché integrati in esso, e che finiscono per accettarlo in quanto privi degli strumenti critici con cui difendersi.
Il saggio, nonostante le sue ambiguità in molti aspetti (in particolare non è chiaro in che categoria Eco si collochi), si rivela ancora oggi di estrema attualità.
A giudicare dalla situazione che è venuta creandosi, è indiscutibile che in questi ultimi 50 anni un selezionato gruppo di Integrati “consci”, abbia centralizzato nelle proprie mani fette sempre più grandi di potere mediatico e che, in modo proporzionalmente inverso, sia aumento a dismisura il numero degli Integrati “inconsci”, vittime del sistema.
La categoria degli Apocalittici, per forza di cose, è andata man mano riducendosi fino a scomparire, tranne in quei paesi in cui permangono governi totalitaristici. Non esiste oggi, infatti, una persona tanto stupida o ingenua da non comprendere le potenzialità di un qualsiasi mezzi di comunicazione di massa. Eco pensava alla televisione, alla radio e al fumetto, oggi ci si riferisce quasi esclusivamente ad Internet.
Eco dedica un saggio in cui colpevolizza i programmi a premi di Mike Bongiorno. In “Fenomenologia di Mike Bongiorno” il semiologo dichiara che i concorrenti di cultura medio bassa, come il presentatore stesso, risultavano particolarmente simpatici ad un pubblico massificato che con loro si identificava facilmente, e che la necessità di rispondere a quiz che mescolavano elementi di gossip spicciolo a concetti di pura nozionistica, facevano scattare nel telespettatore distratto quel meccanismo di partecipazione fittizia che gli faceva esclamare dal suo posto a tavola: “Questa io la sapevo!”. Il telespettatore si considerava all’altezza della sfida e rispondeva indifferentemente a domande che spaziavano da argomenti come sport, spettacolo, cultura, gossip e politica. Il tutto convinto di “sapere”. E’ indubbio che tale meccanismo sia rimasto invariato ancora ad oggi, se non potenziato dalla possibilità per il telespettatore di “entrare” nel programma grazie alla celeberrima “telefonata da casa”. Questo modo di fare Tv è ancora particolarmente presente nel nostra società. Mi viene spontaneo pensare a conduttrici come Antonella Clerici, che con la sua “Prova del cuoco” copre un intero target televisivo composto da casalinghe, anche lei non immune da gaffe al limite del ridicolo, un po’ come lo scomparso Mike. “Chi vuol essere milionario?” è forse l’esempio principe di programma falso culturale.
Il rapporto di mimesi tra personaggi dello spettacolo e pubblico, trova la sua massima espressione nei reality show, in particolare nel fenomeno “Grande Fratello”, i cui concorrenti sono “rappresentanti” del popolo al di qua dello schermo, e vivono 24 ore al giorno di fronte alle silenziose telecamere mostrandosi, nella quotidianità, in tutti i loro difetti, debolezze, malumori etc. I telespettatori partecipano da casa alle loro gioie, condividono le stesse insicurezze e sviluppano nei confronti degli inquilini della casa simpatie o antipatie che, per mezzo del “televoto”, stabiliranno chi dovrà abbandonare il gioco e chi no, fino a decretare il vincitore, ovvero il concorrente più convincente agli occhi del pubblico votante.
Una cultura somministrata per pillole di nozione attraverso gli strumenti di comunicazione globale, ha permesso l’imposizione di modelli culturali vuoti, ma che si adattano perfettamente alla mancanza di certezze di cui è vittima la società postmoderna.
Sono state certamente operazioni culturali forti, quelle che hanno modificato la nostra visione della realtà, ma un ruolo fondamentale lo ha giocato la facilità di fruizione di tali modelli. Più una cosa ci appare di semplice comprensione e di immediato utilizzo, più questa ricorrerà nella nostra mente. La fruibilità è la chiave del successo. La necessità di proporre in un mercato globale temi di gusto, comporta inevitabilmente la perdita di originalità ed una stigmatizzazione del pensiero, ridotto ad un ammasso di banali slogan. Il mercato televisivo oggi è invaso da format (formati, pacchetti) proposti ad interim ad un pubblico facilmente annoiabile che controlla attraverso lo share i palinsesti. Il linguaggio dovrà essere necessariamente frammentato e del tutto simile a quello che lo spettatore utilizza giornalmente. Non è concepibile, né in tv né in letteratura, che il periodo sintattico superi la semplice costruzione “soggetto-predicato-complemento” e ricorra a coordinate e subordinate.
Il ricevente di un messaggio è considerato “pubblico”, e con esso si dovranno rispettare le regole proprie del messaggio pubblicitario: persuasivo, generalizzante, paternalistico, sintetico, retorico. In qualunque ambito della società in cui intervengono i mass media si è persa la funzione del dialogo. Il proprio interlocutore è non è altro che un mero destinatario e non un membro attivo dell’atto comunicativo dal quale aspettarsi un feedback. Ad un evidente impoverimento culturale, corrisponde così anche un impoverimento comunicativo legato alla lingua.
Nel 1949 Orwell, col suo bellissimo romanzo 1984 profetizza una società totalmente distopica in cui l’unico reato concepito è quello psichico (lo psicoreato) che consiste nella produzione di un pensiero indipendente e critico. Nessuno è libero di pensare autonomamente e l’omologazione al pensiero collettivo, che coincide con il “Socing”, il Partito, è l’unica cosa che conta. La distruzione del pensiero avviene attraverso l’uso della Neolingua, ovvero una lingua che sostituisce il linguaggio normale (l’archeolingua) e che, come ci spiega il personaggio Syme, filologo della neolingua, “è l’unico linguaggio al mondo il cui vocabolario si riduce giorno per giorno” e “che lo scopo principale a cui tende è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero”. Un popolo privato della propria lingua, massima espressione della cultura, è un popolo che non saprà più pensare e nemmeno raccontare. Non potranno proporre modelli culturali nuovi perché non si sarà in grado di immaginare con parole nuove.
Lo scenario in cui un linguaggio asfittico e scarnificato, ma dalla diffusione ampissima, perché convogliato dai più importanti medium di comunicazione e controllato da un’élite, è un’idea fantascientifica che funziona, ma rimane il frutto dell’immaginazione di George Orwell. Come pure è frutto dell’immaginazione di Ray Bradbury, l’idea di una società dove la televisione è l’unico strumento di educazione e la censura è il principale mezzo di controllo della società. Questo accade in Fahrenheit 451.
Queste opere letterarie rappresentano una profonda critica alla nostra società. L’omologazione del pensiero e il suo impoverimento ad opera di programmi televisivi come i finti talent show, le onnipresenti rubriche di gossip e, soprattutto, i reality show, che già nella dicitura “realtà spettacolo” presentano un evidente inganno, sono invece un pericolo reale per la nostra realtà.
Per quanto concerne la rete il discorso è molto più complesso. La rete rappresenta oggi come lo strumento più democratico di cui l’uomo si è dotato. Offre a tutti la possibilità di esprimersi liberamente, scavalcando le normali lobby di potere, e permette a chiunque di raggiungere spazi di comunicazione altrimenti irraggiungibili. Tuttavia la rete non è perfetta e forse il suo principale “limite” sta proprio nel suo essere “di tutti”.
Mentre nei casi finora discussi un’élite è in grado di manipolare i canali di espressione e di conseguenza i messaggi che invia, internet è incontrollabile e finisce per muoversi come un’indistinta massa ignorante.
La rete offre un’infinita possibilità di scelta, un mare di informazione accessibile a tutti, in cui però è impossibile orientarsi, o meglio, lo sarebbe se ce ne fosse la necessità. Mi spiego. Nella World Wide Web, la decisione di rivolgersi ad una fonte piuttosto che ad un’altra, spesso si esemplifica in un “atto di fede”, nel più dei casi dettato dal numero di adesioni che una qualsivoglia pagina raccoglie tra gli internauti. Sì, perchè una pagina online è considerata più o meno valida a seconda di quanti la visitano: tutto si riduce ad un approccio statistico. Bisogna solo “sperare” che chi la visita, lo faccia con cognizione di causa. Non solo, a rendere più problematico il tutto ci si mettono i motori di ricerca. Questi programmi, infatti, condizionano a loro volta la scelta di un sito rispetto ad un altro, proponendo come risultati sempre gli stessi indirizzi, avvero quelli più clickati. Nonostante su internet si possa trovate di tutto e di più, milioni e milioni di utenti visiteranno le stesse pagine, leggeranno gli stessi testi, visioneranno gli stessi video, ascolteranno la stessa musica e si omologheranno tra loro credendo il contrario.
La cosa ancora più sconcertante è che digitando una qualsiasi parola in un motore di ricerca, il principale risultato rimanderà questi inevitabilmente a Wikipedia.
Wikipedia è uno dei siti più visitati al mondo e tra i 10 più visitati in Italia. Si definisce come “un’enciclopedia multilingue collaborativa, online e gratuita. […] Etimologicamente Wikipedia significa cultura veloce, dal termine hawaiano wiki (veloce), con l’aggiunta del suffisso di origine greca -pedia (cultura).”
Wikipedia si propone come la principale fonte di informazione e consultazione per un internauta, oltre che il principale strumento di consultazione della nostra epoca.
Tutti coloro che saranno interessati ad un particolare argomento, che vorranno fugare un dubbio che li assilla, o confermare un dato di fatto, si rivolgeranno a Wikipedia. Gli basterà entrare, digitare una parola chiave per la ricerca e continuare a scrollare verso il basso la pagina fino a che non incapperanno nell’informazione desiderata. L’uso che Wikipedia propone della cultura (lo dichiara nella definizione) è veloce, di nozione, senza la preoccupazione di dover accertare l’attendibilità delle fonti (cosa spesso impossibile in Wikipedia dato in suo intrinseco aspetto “collaborativo” e “libero”), e senza che la sua consultazione comporti una lettura approfondita dell’argomento, comunque improponibile attraverso lo schermo di un pc. Il principale strumento di informazione e di promozione culturale sulla rete si rivela essere, tout court, uno dei principali responsabili di questo appiattimento culturale.
Ma se a Wikipedia possono essere riconosciuti dei meriti, la rete offre tutta una vasta offerta di siti e pacchetti che contribuiscono ad accelerare questo processo di decadimento, facendosi contenitori di slogan demagogici ed irrazionali che sfuggono al controllo degli stessi mass media e che sono portatori di messaggi negativi, che colpiscono la dignità delle persone, magari caricati di significati omofobi, xenofobi e razzisti. E’ il caso dei social network. Numerose sono le occasione in cui ci si imbatte in gruppi o commenti che cavalcano un malumore e che scadono nell’ingiuria, nella bieca generalizzazione, in appelli e proclami populisti, oltre che nell’impossibilità di gestire un normale dialogo quasi sempre ridotto ad un tentativo di prevaricazione. Facebook consente e favorisce la creazione di gruppi che raccolgono il consenso di nostalgici del ventennio fascista (spesso celati dietro gruppi politici) o di iniziative che promuovano l’offesa fisica nei confronti delle minoranze etniche o degli extracomunitari. Basta, anche qui, fare una piccola ricerca per vedere che i casi non mancano. La cosa più preoccupante deriva dal fatto che la maggior parte degli iscritti ai social network utilizza tranquillamente la propria vera identità, ma, sentendosi al sicuro dietro un’interfaccia web, non lesina in commenti ed espressioni che ben si guarderebbe dal formulare fuori dalla rete.
E allora cosa manca all’equazione? Qual è l’incognita che impedisce alla società di sfruttare appieno il potenziale offerto dai mezzi di comunicazione di massa? Perché qualunque cosa trasmessa attraverso la loro oramai capillare diffusione, si tramuta in qualcosa calato dall’alto che viola il principio di democrazia, o finisce per deperire quando si propone come massima espressione di partecipazione democratica? Purtroppo credo che difficilmente queste domande troveranno una risposta.
[immagini di George Bates - http://www.georgebatesstudio.com]
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Bellissime le immagini!